Molto tempo dopo che le macchine hanno smesso di funzionare, le cave continuano a rappresentare alcuni dei paesaggi artificiali più drammatici del pianeta: immensi vuoti scavati nei fianchi delle montagne, assenze monumentali dove geologia e ambizione umana si sono incontrate e scontrate. Sono luoghi che resistono a interpretazioni semplici. Né natura né architettura, né rovina né infrastruttura, occupano un territorio incerto sospeso tra distruzione e possibilità.
Quest’anno una cava è diventata protagonista di uno dei progetti emersi dall’Accademia di architettura di Mendrisio dell’USI. Il programma di Diploma 2026, diretto da Martino Pedrozzi con il titolo Ticino. Valli laterali, ha invitato 130 studenti a considerare il cantone svizzero come un sistema territoriale unitario. L’attenzione non era rivolta agli oggetti isolati, ma alle relazioni: tra valli e città, geografia e insediamenti, comunità locali e reti culturali più ampie.
Vincitore della prima edizione del Premio AMA, il progetto di diploma di Elisa Valentina Botti, The Quarry as a Stage, propone la trasformazione di un sito estrattivo dismesso in un paesaggio civico e culturale. Il gesto appare semplice, quasi intuitivo. Eppure dietro questa apparente immediatezza si cela una delle questioni che definiscono sempre più il dibattito architettonico contemporaneo: come costruire in un mondo in cui molto è già stato costruito, scavato, consumato e abbandonato?
Oggi il territorio vuoto praticamente non esiste più. L’architetto contemporaneo eredita un mondo fatto di resti: siti industriali, paesaggi esausti, infrastrutture obsolete, piccoli centri in contrazione, edifici dimenticati. Sempre più spesso il progetto si confronta con condizioni già date, cercando possibilità latenti all’interno di luoghi che sembrano conclusi o irrimediabilmente compromessi. La cava appartiene esattamente a questa categoria.
I luoghi dell’estrazione hanno sempre occupato una posizione ambigua nell’immaginario collettivo. Ciò che rende particolarmente significativo il progetto di Botti è il suo rifiuto di nascondere questa storia. Piuttosto che ricondurre la cava a una presunta condizione naturale originaria, il progetto ne accetta e valorizza l’artificialità. Il vuoto diventa spazio pubblico. La ferita si trasforma in strumento. L’assenza diventa palcoscenico.
Non teatro come spettacolo, ma teatro nel suo significato civico più antico: un luogo in cui una comunità si riunisce e si riconosce. Rigenerazione e riuso adattivo diventano così le principali chiavi di lettura del progetto. Le pareti scavate della cava si trasformano in testimonianza di memorie, sistemi economici, desideri materiali, storie del lavoro e trasformazioni territoriali. In un’epoca segnata dall’urgenza ambientale, l’architettura non può più affidarsi all’espansione infinita delle risorse e del costruito.
Durante la cerimonia era presente un altro oggetto che sembrava dialogare idealmente con il progetto vincitore. Per il Premio AMA, l’artista Arcangelo Sassolino ha realizzato Origine del possibile: un cubo di acciaio saldato, riempito di olio sottoposto a pressione idraulica. L’opera contiene una forza invisibile. La pressione non si vede, eppure determina tutto. L’energia rimane sospesa, latente, in attesa di trasformarsi in azione. Sassolino non la descrive come una metafora, ma come una condizione fisica reale.
Per decenni le scuole di architettura hanno oscillato tra due ambizioni. Da una parte il desiderio di produrre visioni radicali, libere dai vincoli della realtà. Dall’altra la necessità di confrontarsi con questioni sociali, economiche e ambientali sempre più urgenti. I migliori progetti di diploma hanno sempre abitato lo spazio intermedio tra questi due poli: abbastanza radicali da immaginare alternative, abbastanza concreti da suggerirne la realizzabilità.
La cava di Botti occupa precisamente questo territorio. Il progetto non cerca di cancellare la cicatrice lasciata dall’industria, ma di trasformare l’assenza in potenziale.
Una nota particolare ai progetti insigniti della Menzione d’Onore: Distretto artigianale di Marie Tassan-Din, che si distingue per la capacità di trasformare una condizione infrastrutturale frammentata in un paesaggio civico coerente, integrando produzione, energia e riciclo, rafforzando al contempo l’identità della valle; The Modern Village di Gustav Karl Rune Sigvant, che propone una riflessione altrettanto convincente sulle forme contemporanee dell’abitare, attraverso un’architettura resiliente di muri e “rovine intelligenti”, capace di accogliere modalità mutevoli di residenza, lavoro e mobilità.
Il Premio AMA si concentra su questa idea di “architettura territoriale”: un approccio che considera l’architettura non come un oggetto autonomo, ma come un atto culturale capace di ordinare, interpretare e attribuire significato a un contesto. In questo senso, il riconoscimento suggerisce che la formazione architettonica stia forse riscoprendo una propria ambizione civica.
Fondata nel 2021, AMA, Accademia Mendrisio Alumni, ha costruito negli ultimi anni una rete tra generazioni di laureati, promuovendo al tempo stesso un dibattito pubblico sul rapporto interdisciplinare tra architettura e territorio. Attraverso mostre, conferenze, pubblicazioni e collaborazioni internazionali, l’associazione ha cercato di prolungare la vita delle idee architettoniche oltre i confini dell’accademia.
Il prossimo evento di AMA si terrà il 23 ottobre 2026 presso i Laboratori Ansaldo del Teatro alla Scala di Milano: un incontro dedicato agli sviluppi urbani della città attraverso i lavori degli architetti diplomati all’Accademia attivi a Milano.
CREDITI
Foto 1: Premio AMA-Accademia Mendrisio Alumni, Diploma 2026, Ticino Sguardi laterali Foto 2-6: The Quarry as a Stage di Elisa Valentina Botti Foto 7: Origine del possibile (acciaio, olio, manometro, cm h 25x24x50). Foto e creazione di Arcangelo Sassolino Studio Foto 8: Distretto artigianale di Marie Tassan-Din Foto 9: The Modern Village di Gustav Karl Rune Sigvant Foto 10: Giuria 2026 del Premio AMA










