L’ex Chiesa di San Barbaziano, un piccolo gioiello nel centro storico di Bologna, ha vissuto una storia molto travagliata. Scambiata per anni per un edificio senza valore, è stata destinata a molteplici funzioni, fino alla più recente trasformazione in autofficina meccanica ed autorimessa. Tuttavia, la bellezza che contraddistingue sia la sua architettura che la sua stratificazione la rende davvero unica. Non è semplicemente un edificio, ma una testimonianza di usi, abusi e periodi di abbandono. Ora, dopo decenni di silenzioso degrado, è stata restituita alla città in uno stato che ne preserva sia la crudezza che la storia peculiare.
Il progetto, completato nel 2025 dallo Studio Poggioli di Bologna, guidato da Federico e Caterina Poggioli, non restaura tanto la chiesa, quanto piuttosto ne ricalibra il rapporto con il tempo. Gli architetti hanno descritto il loro approccio come un “progetto del tempo”, e la definizione suona esattamente come un metodo di lavoro: un tentativo di permettere al passato dell’edificio di rimanere visibile senza sottomettersi alla coerenza estetica che il restauro spesso richiede.
La biografia di San Barbaziano, insolitamente densa, anche per gli standard italiani, farebbe risalire la sua origine, contestata da testimonianze storiche contraddittorie, all’epoca paleocristiana. Progettata nel 1608 dall’architetto Pietro Fiorini come chiesa a navata unica con quattro coppie di cappelle laterali, in stile tardo-manierista, ha attraversato secoli di trasformazioni progressive: sito monastico, poi vittima di Napoleone, quindi fienile, magazzino militare, officina meccanica. Un incendio nel 1922 ha compromesso ciò che restava del suo programma decorativo; i decenni successivi non hanno tanto distrutto l’edificio quanto lo hanno trasformato in un luogo anonimo. Verso la fine del XX secolo, era adibito a garage: il suo volume sacro era stato ridotto a semplice funzione utilitaria, le sue superfici opacizzate dai gas di scarico e dall’indifferenza.
Quando nel 2019 la Direzione Regionale Musei Emilia-Romagna ha affidato allo Studio Poggioli il restauro, le indicazioni erano insolitamente precise: preservare l’edificio come rovina urbana. Una direttiva che sembra semplice ma che porta con sé una contraddizione intrinseca. Preservare una rovina significa intervenire, e intervenire significa, inevitabilmente, alterare. La questione non è se agire, ma quanto visibilmente.
La risposta degli architetti è al contempo sobria e decisa. L’esterno è stato trattato con la cura di un restauratore: pulito, stabilizzato e reso leggibile senza attenuare le abrasioni del tempo. La facciata conserva le sue irregolarità, le sue variazioni cromatiche, l’impressione di aver resistito piuttosto che di essere stata completata. Eppure, all’interno di questo tessuto si inseriscono una serie di grandi aperture dai contorni netti, finestre con infissi minimali che appaiono come incisioni contemporanee. Non imitano il linguaggio originale della chiesa; alludono invece al suo passato più recente, richiamando le aperture degli edifici industriali, la logica dello stoccaggio e della riparazione.
Piuttosto che privilegiare l’origine sacra dell’edificio, lo studio riconosce l’intero continuum dei suoi usi, trattati non come aberrazioni ma come strati, ognuno dei quali lascia una traccia che merita di rimanere leggibile.Dal punto di vista materico, l’intervento si articola attraverso contrasti calibrati. Corten e ottone brunito, scelti in quanto materiali che registrano il passare del tempo attraverso l’ossidazione e la patina, sono stati introdotti come controparti contemporanee dei mattoni e dell’arenaria esistenti. Il Corten fa eco alle tonalità calde e terrose della muratura, mentre l’ottone riprende le sfumature più delicate degli elementi in pietra. Nessuno dei due cerca di scomparire; entrambi accettano la loro inevitabile trasformazione come parte della narrazione in corso dell’edificio.
All’interno, l’effetto è particolarmente suggestivo. Lo spazio, di circa 460 metri quadrati, è stato lasciato in gran parte intatto, con le superfici consolidate ma non reintegrate. I frammenti di affreschi rimangono frammentari; gli schemi decorativi sono suggeriti piuttosto che restaurati. La luce entra attraverso le nuove aperture e l’ampio portale vetrato, muovendosi sulle pareti che recano i segni dei secoli: fuliggine, abrasioni, ridipinture parziali, iscrizioni accidentali. Il risultato più che un semplice interno appare un campo di condizioni, dove la percezione cambia con l’ora.
Si percepisce una sensibilità quasi curatoriale. A tratti viene in mente un’installazione piuttosto che un edificio, un ambiente in cui linguaggi visivi disparati coesistono senza gerarchie. Una macchia di colore su un pilastro richiama un gesto pittorico; un elemento grafico isolato, conservato su una volta, introduce una nota inaspettatamente vernacolare. Questi frammenti non sono incorniciati né spiegati. Semplicemente persistono, invitando il visitatore a costruire la propria sequenza di associazioni. Anche l’ingresso secondario partecipa a questa logica. Costituito da un portale monolitico in ottone, i suoi gradini sembrano emergere dal terreno come se fossero stati estrusi piuttosto che assemblati. Una linea di luce nascosta corre lungo l’intera altezza della maniglia, producendo un’illuminazione precisa, quasi chirurgica, che contrasta con l’irregolarità delle superfici circostanti. È un piccolo momento, ma emblematico: l’intervento contemporaneo non compete con la rovina, ma cerca piuttosto di metterla in risalto.
Ciò che lo Studio Poggioli ha realizzato, in definitiva, non è un restauro nel senso convenzionale del termine, bensì una ridefinizione. Rifiutando di ricostruire ciò che manca e resistendo alla tentazione di privilegiare un singolo momento storico, permettono all’edificio di esistere come un insieme composito, una struttura definita tanto dalla perdita quanto dalla presenza. Così facendo, si allineano ad un approccio architettonico più ampio, sebbene ancora relativamente raro: un approccio che vede il valore non nel recupero di un originale immaginario, ma nell’accettazione della discontinuità.
In una città come Bologna, dove la storia è spesso presentata come una superficie continua, questo approccio sembra quasi radicale. San Barbaziano non offre una narrazione senza soluzione di continuità. Offre, invece, una serie di interruzioni, momenti in cui il tempo diventa visibile, in cui il passato rifiuta di stabilirsi in un’unica forma. E in quel rifiuto, l’edificio trova un nuovo tipo di coerenza: non com’era, ma come è sempre stato.
Questo dialogo raffinato ed affascinante tra epoche, raccontato in modo autentico e tanto carismatico ha meritato a “Il progetto del tempo”, la selezione nella shortlist del prestigioso EUmies Awards 2026.
Crediti
Foto: AlessandroSaletta-DSL studio, cortesia di Studio Poggioli
Committente: Musei Nazionali di Bologna – Direzione Regionale Musei Nazionali Emilia-Romagna
Responsabile Unico del Procedimento: Arch. Denise Ottavia Tamborrino
Supporto al RUP: Arch. Antonino Lombardo (Ales spa)
Progettista: Studio Poggioli, arch. Caterina Poggioli, Federico Poggioli










