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Elena Salmistraro

Luca Molinari: Cominciamo dal termine felicità: per te esiste? Se si, cosa vuol dire per te?

Elena Salmistraro: La felicità l’ho trovata nel lavoro, prima di tutto perché disegnando ho imparato ad esorcizzare le mie paure. Da piccola ero una bambina un po’ paurosa e timida, così mi rifugiavo nel disegno, dove prendevano vita sia tutti i mostri che mi angosciavano, cercando così di superare le mie paure, sia i miei sogni e le mie aspirazioni, finchè ho capito che potevo esprimermi attraverso il disegno. Poi, negli anni, quei mostri sono diventati sempre più dei compagni e mi hanno aiutato a dar forma e anima ad oggetti che hanno cominciato a fare parte del mio percorso.

 

L.M: Parlando del tuo percorso, da dove arriva Elena Salmistraro?

E.S.: Io sono di Milano e siamo tutti milanesi in famiglia, anche se il mio cognome ha evidenti origini Venete. Il che è una rarità. Il mio sogno era quello di diventare un’artista, di esprimermi attraverso il disegno, e sin da bambina volevo fare il liceo artistico per scoprire quel mondo fatto di colori e tele. Però poi ho deciso di iscrivermi al Liceo per studiare architettura e design, perché l’indirizzo era sperimentale. Quindi studio design da quando avevo 15 anni. A 18 anni, anno di iscrizione all’università, ero incerta tra  l’Accademia di Brera o intraprendere un percorso differente da quello fatto fino a quel momento, cosi mi sono iscritta al Politecnico, all’indirizzo di Fashion Design di Como. Inizialmente ho pensato che quella scelta fosse stata un errore, solo con il tempo ho capito che quell’esperienza ha contribuito ad ampliare enormemente il mio punto di vista. Il corso era molto incentrato sui tessuti, sulla realizzazione di pattern attraverso l’utilizzo del computer, che sono tutte cose che oggi si ritrovano nel mio lavoro. Finito il corso ho realizzato che il mondo della moda, con le sue regole ed i suoi tempi, non faceva per me, quindi ho ricominciato da capo, mi sono rimessa in gioco iscrivendomi nuovamente al primo anno per poi laurearmi in Industrial design.
E lì, al Politecnico, ho iniziato a confrontarmi con le prime produzioni in “serie”. Ricordo che per un laboratorio di progettazione ebbi la felice idea di realizzare dei vasetti in terracotta, appena li vidi allineati sul tavolo dell’università, pensai che sarebbero stati benissimo anche in una casa, ed ho capito che era quello che volevo fare. Non mi sono mai accontentata semplicemente della formula “la forma segue la funzione”, ho sempre ricercato qualcosa in più, il mio obiettivo era di unire il mondo dell’arte a quello del design, perché sono convinta che il design risolva il problema e si occupi dei bisogni delle persone, mentre l’arte denunci, comunichi, accarezzi le emozioni delle persone.

 

L.M: Non hai avuto mai una persona o un maestro di riferimento, qualcuno a cui ispirarti?

E.S.: All’inizio no, in particolare in riferimento al mondo del design, mentre in ambito artistico ho sempre adorato Basquiat.
Durante gli anni di studio al politecnico, che mi ha dato il rigore ed una forma mentale che altrimenti non avrei avuto, ho avuto modo di approfondire la storia del design, dal Bauhaus fino agli anni sessanta, ma solo dopo ho avuto la fortuna ed il piacere di incontrare e conoscere sia Alessandro Guerriero prima, che Alessandro Mendini dopo, due indiscussi maestri, che sicuramente hanno influenzato il mio modo di intendere il design.
Sempre parlando d’arte, si dice che i miei lavori abbiano uno stile Pop, ma secondo me più che lo stile, i miei lavori sono Pop, perché cercano di un veicolare un messaggio che abbia la forza di arrivare a tutti. E per me è importantissimo che la cultura del mio lavoro arrivi a chiunque, anche e soprattutto ai non addetti ai lavori. Con i miei oggetti cerco di dar vita a qualcosa che non necessiti di spiegazioni, ma parli semplicemente da sé, per quel che è. Creare per me è una terapia. Ed è l’unico modo che ho per comunicare, perché con le parole non sono molto brava. I miei oggetti sono io, sono l’espressione di me stessa. Per me è importante nutrire la mia fervida immaginazione ed avere un linguaggio sempre fresco.

 

L.M: Cosa significa per te avere un linguaggio fresco? Cosa serve per poter parlare alle nuove generazioni?

E.S.: Sono una persona che osserva tantissimo, ho imparato a guardare ad ascoltare e soprattutto a decifrare quello che percepisco. È importante per me capire quali siano i sogni e le necessità dei giovani.
Faccio un esempio, su Instagram se vedi quello che pubblicano le persone della mia generazione, ti rendi conto che hanno la sfrenata necessità di enfatizzare la perfezione, con scatti patinati e immacolati. Mentre  i ragazzi più giovani non hanno paura di mostrare i difetti, le imperfezioni e di far vedere come sono realmente. A me piace tantissimo questo loro atteggiamento, anche io cerco per quanto possibile di raccontare me stessa con semplicità e sincerità, senza artifici, provo costantemente a far sembrare il mio lavoro leggero, che non vuol dire superficiale, anche se in realtà si tratta di un lavoro duro ed impegnativo.

 

L.M: Questa leggerezza può essere vista anche come una forma di onestà…

E.S.: Si, questo è verissimo. Io ricerco sempre l’onestà, infatti quello che vedi attraverso i miei lavori sono io. Tanti cercano di crearsi un personaggio, una propria identità ben definita, mentre io mi mostro per come sono, basta osservare sia me che il mio lavoro per capire che non ci sono sovrastrutture o filtri. Ci assomigliamo.

 

L.M: Quindi potremmo fare una tua autobiografia attraverso i tuoi oggetti. Se dovessi scegliere tre o quattro pezzi, che in qualche modo rappresentano il tuo ritratto in crescita, che è cambiato nel tempo, quali sceglieresti?

E.S.: Uno dei primi è questo divanetto: si chiama Deux ames, in francese vuol dire “due anime”. Questo è una sorta di autoritratto, il mio alter ego, e si chiama Alla, che è il mio soprannome da quando ero piccola.
Mentre quella è stata una mia autoproduzione, interamente fatta a mano, ed era stata selezionata da Giulio Cappellini e da Gisella Borioli per Superstudiopiù. È una seduta plissettata con un’anima in metallo, sulla quale ci si può sedere tranquillamente anche oggi, perché la cartapesta è davvero resistente. Questo prodotto segna il mio ingresso nel mondo del design.
Qui arriviamo all’altro oggetto, che sono le mie scimmie, e che – anche queste – mi rispecchiano in pieno.
Infine, il mio lavoro “maturo” è quello che ho realizzato per Cedit Ceramiche d’Italia Gruppo Florim. Al suo interno c’è tutta la mia essenza: si tratta di una produzione seriale dal nome Chimera, un mostro mitologico composto di più parti, esattamente come mi sento io. Il lavoro consta di quattro lastre: Empatia, Ritmo, Radici e Colore, precisamente gli ingredienti che inserisco nel mio lavoro. Ho cominciato a disegnare liberamente finché, assieme all’azienda, abbiamo capito che ognuna di esse, a modo suo, parlava di me, quindi abbiamo deciso di raccoglierle tutte sotto un unico progetto.

 

L.M: Da dove nasce questa passione per le scimmie?

E.S.: Avevo visto questo bellissimo documentario di cercopitechi. Ho visto i loro colori e sono rimasta sbalordita da quello che la natura era in grado di fare. Continuavo a disegnarli senza però sapere bene cosa farci, finché poi sono andata in Sicilia. Lì ho visto le teste di moro ed ho finalmente realizzato. Queste scimmie sono state la mia fortuna, mi sono espressa liberamente senza vincoli e ne sono stata molto felice, anche perché ho trovato dall’altro lato un’azienda pronta a supportarmi e credere nel progetto

 

L.M: Quando hai fatto la prima serie?

E.S.: Sono uscite nel 2017, ma le ho disegnate tra il 2014 e il 2015. Ci abbiamo messo un po’, anche perché era un progetto veramente forte, che necessitava anche di molto coraggio. Avevamo paura tutti quanti, perché in quel periodo il mercato era molto legato a delle forme pulite, minimali se vogliamo. Ma poi l’azienda è stata lungimirante e ha deciso di farle uscire in ogni caso.
Questi lavori sono molto complessi da realizzare, perché tradurre tutte le mie texture bidimensionali in forme ben definite e riportarle in terza dimensione senza svilirne il significato è veramente un duro lavoro.
È stato molto bello riuscire anche ad utilizzare la “macchina” senza farsi trasportare da quel flusso che spesso si impossessa dei designer. Sono riuscita a veicolare lo strumento per realizzare quello che io avevo in mente, e sono molto soddisfatta del risultato.


L.M: Quello che mi interessa è parlare degli interni….

E.S.: Più che degli interni, che per me interno è un’abitazione privata, io li chiamerei installazioni o allestimenti. Ad un certo punto ho avuto bisogno di un cambio di scala e di dare spazio ai miei oggetti: volevo vederli tutti come all’interno di un contenitore. Quindi, se inizialmente disegnavo in 2D e poi estrapolavo i miei oggetti portandoli alla terza dimensione, adesso ho deciso di tuffarmi dentro i miei disegni a 360 gradi, cercando di creare un mio mondo, la mia dimensione. Pensa che uno dei primi progetti è stato realizzato per Vitra Italia. Mi hanno chiamata, ed io ero felicissima di poter collaborare con loro: mi hanno chiesto di immaginare il mondo Vitra attraverso i miei occhi e di raccontarlo attraverso il filtro della città di Milano. E quindi questo ho fatto: ho cercato di entrare nella mia testa, nel mondo della mia immaginazione e dar voce alla città che mi ha cresciuta.
Poi mi hanno chiamato anche dei mostri tipo Nike, Ikea… e io questo non me lo sarei mai immaginato è stato veramente emozionate.

 

L.M: Come te la spieghi questa cosa? Come mai un committente cerca te?

E.S.: Me lo chiedo spesso. Quando mi chiamano solitamente mi danno piena libertà, mi dicono che non hanno paura di mio linguaggio forte e che sanno perfettamente cosa li aspetta, solitamente sono stanchi del linguaggio standardizzato e ripetitivo, hanno la necessità di vedere la personalità nel progetto e vogliono che questo sia comprensibile anche agli utenti. Non si tratta di una semplice ricerca dell’effetto wow – anche perché non lo ricerco volutamente – è una richiesta che va oltre, che si occupa di codici, di linguaggi, di messaggi e di comunicazione.

 

L.M: Sto ragionando molto sulla parola meraviglia: che non è lo stupore del consumo, ma è una cosa che ti rallegra e che ti rallenta il passo. Allora cosa vuol dire per te meraviglia, se non la cerchi?

E.S.: Sto pensando a come io esprimo la meraviglia, perché per me è talmente spontaneo quello che faccio, che non ci ragiono molto a riguardo. Produco perché mi fa star bene, pensando che un processo empatico possa funzionare anche per gli altri.

 

L.M: Ti sei interrogata sul perché tutto questo genera tanta attenzione nei tuoi confronti?

E.S.: Forse è per il racconto: io racconto sempre delle storie, probabilmente è questo che interessa alla gente. Il mio approccio alla progettazione è più artistico che tecnico, e molto più simile al lavoro del pittore, negli anni ho imparato ad abbinare i colori a bilanciarne i pesi all’interno della composizione cercando di generare qualcosa di piacevole da vedere, a chiunque, anche ad una persona non del settore. Attraverso il disegno, racconto storie che tendono a coinvolgere lo spettatore. È il racconto che diventa un’esperienza, un’esperienza emotiva.
Ad esempio, entrare all’interno di una mia installazione, è un’esperienza totale, dove l’oggetto e allestimento si fondono in un racconto unico. Che poi probabilmente sono le parole che non riesco a dire.

 

L.M: Rispetto ai tuoi primi lavori, come è cambiato il tuo modo di lavorare in un interno, il tuo rapporto con lo spazio?

E.S.: Forse mi sono sentita sempre più libera di sperimentare: acquistando un po’ di sicurezza e capendo che sapevo e potevo controllare lo spazio, mi sono alleggerita un po’ di più da alcuni vincoli, cercando di stupirmi ogni volta.
Mi rendo conto di essere maturata e che negli anni anche il mio occhio è totalmente diverso. Adesso non ho più paura dei miei mostri, anzi, li corteggio, li amo.
Probabilmente il mio approccio è diventando più consapevole. Ad esempio sono diventata una maniaca della qualità, per me l’importante oggi è inseguire l’eccellenza, ed è una questione che va oltre la grandezza ed il prestigio di qualsiasi azienda.

 

L.M: Oltre a qualità, possiamo utilizzare un’altra parola scomoda: lusso?

E.S.: Dipende che significato si vuole dare alla parola lusso. Per me non è sicuramente sinonimo di eccesso ed opulenza, ma è sinonimo di eccellenza, di saper fare, di unicità.
Il valore di un oggetto non è strettamente legato al suo prezzo, ma è più connesso alla forza ed alla capacità che ha di instaurare un legame, un’affezione con il possessore. Se ci tieni ad un oggetto, non lo butti via facilmente. Io ogni tanto ci penso, questo è un vantaggio che ho: ai miei pezzi ti ci affezioni e non li butti più.


L.M: Quali sono le collaborazioni di cui puoi parlare, che ti stanno stimolando?

E.S.: Ad esempio quella con Natuzzi, che esce a settembre durante il Salone, di cui sono molto contenta. Pasquale Natuzzi mi ha contattata proponendomi di collaborare e chiedendomi: “Elena, riesci a ri-modernizzare il divano recliner?” Per me è stata davvero una sfida, perché probabilmente non è il divano che avrei pensato di disegnare, ma è stata un’avventura che mi ha stimolato tantissimo. È stato un altro passo nel mondo dell’industrial design.

Testo di Luca Molinari

Didascalie e crediti fotografici (dall’alto verso il basso)

– Elena Salmistraro photo by Giulia Riva
– Paper chair Deux Ames
– Bosa Primates plates
– Bosa Primates vases
– Elena Salmistraro @ Hotel Chimera by Cedit

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