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Diller Scofidio + Renfro, Blurring

  1. Blur.
    Una metamorfosi necessaria In questi ultimi due decenni alcuni degli autori più consapevoli e critici sulla scena internazionale hanno cominciato a realizzare la totale separazione tra la produzione di architettura come prodotto evoluto per un mercato internazionale sempre più complesso e la libera riflessione teorica e di ricerca. Era come se si fosse rinunciato progressivamente a ogni forma di definizione di contenuti teorici e concettuali che non fossero direttamente legati alla pratica professionale. Il progetto e i suoi contenuti diventavano la matrice per un possibile pensiero critico, mescolando pericolosamente la comunicazione con la definizione di contenuti più sofisticati e densi. Credo che tutto questo sia il risultato di un contesto storico e ambientale che rifugge dalla costruzione di nuove teorie utili, malgrado la presenza di un mondo intorno a noi che sta vivendo una metamorfosi radicale e potente, capace di produrre domande di senso sul nostro futuro molto urgenti e impossibili da evitare. Ma se molte realtà professionali hanno preferito potenziare i loro uffici stampa e marketing, o alternativamente i loro laboratori di ricerca avanzata sui materiali e le loro performatività ambientali, in alcuni, rarissimi casi possiamo riconoscere tentativi di dare forma a strutture ibride che continuano a credere che si possa affiancare a un efficiente studio di professionisti la produzione di contenuti concettuali evoluti. Così è il caso europeo della coppia OMA/AMO o degli studi di Herzog & De Meuron, Peter Eisenman e Steven Holl, ma una delle realtà che meglio di tutti ha saputo interpretare questa condizione credo sia la compagine newyorkese di Diller Scofidio + Renfro che in questi ultimi quattro decenni ha lentamente generato una struttura in cui l’anima di ricerca sofisticata dello studio fondato nel 1981 da Ricardo Scofidio ed Elizabeth Diller si è perfettamente fusa con la costruzione di una realtà professionale più attenta a un mercato globale sempre più performante e aggressivo. L’ingresso di Charles Renfro e Ben Gilmartin come partners nel 2004, dopo una lunga collaborazione professionale maturata precedentemente nello stesso studio, sanciscono la metamorfosi dello studio che si trova ad affrontare sfide progettuali sempre più complesse su scala globale e progettuale. Si tratta di un processo costruito consapevolmente, in cui le anime si fondono più che assommarsi meccanicamente e in cui la costruzione dei contenuti di fondo, concettuali e teorici, sono ancora considerati come la base necessaria per immaginare il progetto.
    Lo scarto avviene con il progetto per la Highline di New York che è insieme intuizione urbana, visione sociale, provocazione ambientale e acceleratore economico di una porzione dimenticata della città. Il risultato è sorprendente e il suo successo è la conferma dell’intuizione di una condizione latente che attendeva di essere esplosa attraverso un atto di pura visione progettuale e formale.
    Questo è uno degli elementi di coerenza e costanza in tutta l’azione di Diller Scofidio + Renfro: la capacità di portare alle estreme conseguenze visive e formali un pensiero critico sul mondo trasformandolo in uno spazio di relazione instabile con l’ambiente circostante che è chiamato a partecipare, a farne parte senza esserne necessariamente rassicurato. L’architettura non diventa unicamente la “casa calda” che ci protegge, ma è soprattutto un dispositivo irrequieto che ci pone interrogativi, che ci obbliga a rallentare il passo e a considerare un uso differente del luogo che attraversiamo.
    Quando tra i 2002 e il 2006 lo studio Diller Scofidio + Renfro progetta prima il Blur Building sul lago di Neuchâtel e poi l’Insitute of Contemporay Art a Boston (cui seguirà a breve il lavoro non realizzato dell’Eyebeam Museum of Art and Technology di New York) s’imposteranno concettualmente molte delle opere immaginate e realizzate nei due decenni a seguire. La dimensione instabile, cinetica, atmosferica e collettiva di queste opere viene approfondita e variata in una serie di lavori che continuano a provocare il nostro fragile senso critico ponendoci di fronte all’urgenza di partecipare e vivere differentemente i luoghi.
    Se la nuvola sospesa, abitabile, che fluttuava sopra l’acqua, ebbe un effetto esplosivo nel mondo dell’architettura preso allora dalla ridefinizione dei propri paradigmi sotto la pressione dell’emergente mondo digitale, i due progetti museali per Boston e New York mettono ancora di più in forma un’intuizione che elabora la transizione tra l’ossessione modernista tra la ricerca della totale trasparenza e l’avvento dei bip e della Rete. ”Il progetto moderno è ancora in parte incompiuto, e si presta a essere reinterpretato. Le aspirazioni democratizzanti della tecnologia a courtain wall e della divisione senza ostacoli, per esempio, portarono alla presa di coscienza che il vetro era un sistema a doppio senso, che nel corso delle decadi successive scatenò il desiderio della privacy e dei vetri a specchi. Tuttavia, la precedente paura di essere guardati si è oggi trasformata nella paura che nessuno stia guardando. Non c’è mai stata prima una tale ossessione per la trasparenza: l’alleggerimento del sistema a curtain wall ha raggiunto livelli di virtuosismo senza precedenti. Ciò che una volta era un mezzo per guardarvi attraverso, è ora un mezzo a cui guardare. Gli edifici e i suoi abitanti sono diventati allo stesso modo esibizionisti” (intervista di Antonello Marotta a D+S, 2004) La dimensione voyeuristica accennata dai progettisti rimanda a una serie di piani che s’intrecciano in un filone progettuale che comincia con l’ICA e l’Eyebeam e che matura fino alla torre del Vagelos Centre di New York recentemente completato in cui il bisogno di dare forma fisica al flusso costante dei dati che nutrono la nostra vita si combina con una riflessione sulla natura dello spazio pubblico che ha definitivamente superato i rigidi confini della città modernista. Ogni relazione è “blurred”, come nell’edificio nuvola di Neuchatel, e l’architettura in una stato liquido completamente sconosciuto per la cultura costruttiva dell’uomo è chiamata a rispondere a un cambiamento concettuale e di senso radicale nella Storia dell’umanità, dove la relazione tra interno/esterno, pubblico/privato, domestico/pubblico è violentemente sovvertita. La condizione dei luoghi comuni e degli spazi pubblici all’interno di una società liquida diventa così uno degli elementi maggiormente indagati in una serie di progetti per spazi collettivi e istituzionali che non fanno altro che portare in una dimensione più reale molti degli allestimenti d’arte fatti da Diller + Scofidio tra gli anni Ottanta e Novanta, dove l’ossessione del terzo occhio, del controllo video e dello straniamento a cui siamo sottoposti erano elaborati in maniera molto sofisticata. Il progetto in continuo sviluppo per la High-Line a New York, il ridisegno per gli spazi pubblici del Lincoln Centre, così come l’intervento per il Parco Zaryadye a Mosca lavorano sulla dimensione teatrale, flessibile e visivamente partecipata del pubblico chiamato ad abitare una nuova forma di paesaggio ibrida tra naturale e artificiale e in cui la presenza delle persone diventa necessaria per definire il carattere del luogo in ogni momento e stagione.
    Sintomatica di questa visione è la “Mile-long opera”, un progetto di partecipazione collettiva del 2018 che ha coinvolto 1000 cantanti posizionati lungi la HighLine per una performance che si attiva alle sette di pomeriggio nel momento di transizione tra il giorno e la notte. Come testimonia Elizabeth Diller riguardo a questo lavoro: “After working on the design of the High Line for over a decade and witnessing the rapid transformation of the surrounding area, I thought a lot about the life cycle of the city – its decay and rebirth – full of opportunities and contradictions. This vantage presented an opportunity for creative reflection about the speed of change of the contemporary city and the stories of its inhabitants. The park will be 30- block long urban stage for an immersive performance in which the audience will be mobile, the performers will be distributed, and the city will be both protagonist and backdrop for a collective experience celebrating our diversity”. La dimensione teatrale diventa una perfetta metafora della condizione contemporanea e della sua fragile, continua, metamorfosi in cui corpi, storie, vegetali, minerali e animali sono coinvolti in una narrazione fisica che cerca di creare una cornice aperta e flessibile a un mondo in perenne trasformazione.
    La nostra perenne condizione di attori/spettatori/osservatori si amplia sempre di più nei progetti più recenti come per il McMurtry Art and Art History Building alla Stanford University (2013), il rinnovamento e l’espansione della Juilliard School a New York e il recente progetto del London Centre for Music attualmente in costruzione.
    In tutti questi lavori, come nelle opere citate in precedenza, il centro della riflessione che determina le scelte più significative ruota intorno a un’idea di spazi pubblici che mettono definitivamente in discussione la separazione tradizionale tra forme e funzioni differenti puntando a organismi capaci di mutare e reagire con comunità e tempi differenti.
  2. La torre della conoscenza
    La gente si assiepa nella grande corte universitaria. I cancelli sono aperti malgrado sia notte inoltrata, ma l’invito è irresistibile: una sfilata pubblica di uno degli stilisti più “cool” del momento aperta a chiunque. Le luci si accendono e un immenso acquario di vetro e acciaio diventa improvvisamente il boccascena di una performance in cui le modelle si spostano continuamente lungo le rampe che salgono e scendono dall’edificio. È un evento di una decina di minuti ma quei corpi vestiti di abiti futuribili, tutti bianchi e argento, annunciano che quel tempio del sapere non sarà più un’esclusiva dei suoi abitanti privilegiati.
    Quando nel 1999 s’inaugurò il Lerner Hall Student Centre di Bernard Tschumi nel cuore del Campus di Columbia University a New York s’introdusse un virus concettuale molto potente che cambiò progressivamente le regole del gioco nell’idea di recinto universitario. La scatola architettonica pensata dall’architetto svizzero, allora preside della Scuola di Architettura, mantiene il volume e le proporzioni degli altri edifici pensati originariamente nel masterplan di McKim Mead & White, ma apre sul lato lungo che guarda alla corte centrale del Campus con una facciata totalmente trasparente in cui le rampe di risalita sono messe in mostra. L’infrastruttura diventa lo spazio pubblico per eccellenza, in cui muoversi e scambiare informazioni ed esperienze assumendo un ruolo centrale nella vita sociale dell’università. L’evoluzione rispetto alla scala mobile monumentale di risalita del Centre Pompidou è che lo spazio dello spostamento prende sempre più corpo fino a diventare un luogo di relazioni.
    Si tratta di un passaggio importante perché dichiara che i luoghi informali stavano diventando sempre di più i veri spazi di vita pubblica dell’università. E’ un percorso che nasce con il Collegio del Colle di Urbino di De Carlo e la Frei Universitat di Berlino, opere al centro del dibattito sul ruolo dei nuovi spazi pubblici del Team10, e che incrocia le traiettorie anomale dei loft e degli spazi post industriali americani in un rimescolamento radicale delle gerarchie e funzioni che porta al centro la relazione fisica e visuale con il paesaggio circostante.
    A distanza di pochi anni Diller Scofidio + Renfro presentano il progetto per l’Eyebeam Museum of Art and Technology: una stretta torre costruita da due fasce sinuose che incorporano infrastrutture interne e spazi espositivi a definire la facciata dell’edificio in cui sono messe in mostra le attività del museo stesso. Il dibattito sulla Blob architecture si è fatto ormai corpo e progetto, e la forma della tecnologia che si fa esperienza artistica diventa un inedito nastro di Moebius che invece di chiudersi su se stesso dialoga con la città.
    Gli interventi di cui abbiamo appena accennato rappresentano l’inizio di un atteggiamento che trasforma radicalmente il futuro dei campus universitari americani e che oggi è al centro di un fenomeno sempre più diffuso e rilevante dal punto di vista urbano.
    Il recinto che idealmente separava il campus dal contesto urbano tradizionale si è progressivamente frantumato trasformando l’università in un motore di sviluppo che incrocia formazione, forme fluide di socialità, servizi aperti al pubblico e start up a capitale misto.
    Molte di queste nuove architetture diventano manifesto esplicito del cambio di strategia instaurando relazioni fisiche e visive inedite come nel caso del Ray and Diana Vagelos Education Center di New York completato nel 2016.
    La torre di 14 piani per 67 metri di altezza e 10200 metri quadrati di superficie, definisce il confine settentrionale del Campus North della Columbia University di fronte all’Hudson e affiancando i Washington Heights, ed è pensata per rimescolare le carte nella tradizionale sequenza tra spazio pubblico, aule e amministrazione, con un edificio in cui gli spazi informali siano la struttura portante di quest’organismo.
    La dimensione ridotta del lotto diventa occasione di pensare a un edificio per l’educazione sviluppato verticalmente ma a una scala coerente con il contesto circostante.
    Colonna vertebrale e centro visivo del progetto è la “Study Cascade”, sequenza verticale di micro atelier, alcove, terrazze e luoghi d’incontro collegati alla scalinata principale che si sviluppa a tutta altezza lungo la facciata Sud, una parete completamente vetrata che definisce il confine del campus medico. La struttura portante, mista in cemento armato e acciaio, è pensata come elemento espressivo che definisce l’impianto visivo della facciata giocando tra i leggeri sbalzi della massa muraria bianca, la leggerezza delle vetrate e il rosso acceso del rivestimento ligneo degli spazi collettivi inseriti lungo la scalinata. Questo spazio fluido, pensato per riunioni di piccoli gruppi di lavoro che cambiano nel tempo, fa da collante tra le aule, gli spazi amministrativi e il Simulation Centre che invece guardano sul lato opposto con un fronte chiuso e protetto. Il Vagelos Centre si pone come alternativa tipologica alle verticali estreme e private che stanno popolando il cuore di Manhattan, struttura in cui città e università si guardano assottigliando sempre di più il limite che tradizionalmente le ha sempre tenute separate.
  3. Prologo dinamico
    Chissà se Le Corbusier, quando coniò la descrizione dell’architettura come “macchina per abitare”, avrebbe mai immaginato di veder camminare fisicamente una delle sue opere.
    Negli anni Sessanta gli Archigram sognarono le “plug-in cities”, sorta di città nomadi capaci di muoversi e connettersi fisicamente tra di loro attraverso tubi telescopici.
    La visione si è parzialmente avverata a New York dove Diller Scofidio + Renfro ha realizzato “The Shed”, una struttura multifunzionale di 15000 metri quadrati immaginata per ospitare ogni forma possibile di espressione artistica grazie a una copertura/facciata che si muove autonomamente su binari offrendo la possibilità di utilizzare lo spazio in tutte le possibili variazioni.
    Posto al centro di una delle operazioni di Real Estate più importanti mai realizzate a Manhattan, The Shed è uno spazio pensato per sperimentare ogni possibile evento e ricerca tra l’arte tradizionale, performance ed evento pubblico. L’immagine è quella di una gigantesca tenda traslucida ricamata da rombi che delineano la sua struttura portante. Per questo motivo abbiamo deciso di dare a questo elegante progetto uno spazio autonomo nella rivista, ma credo sia importante per me chiudere questo breve saggio con questo lavoro perché, oltre che continuare coerentemente un percorso di ricerca sullo spazio contemporaneo coerente, porta ulteriormente avanti lo stato attuale dell’architettura con un’opera inquieta, potente e aperta a sguardi differenti.
    Non c’è lavoro dello studio newyorkese che non abbia la capacità di rallentare il nostro passo e farci riflettere. Il loro lavoro progettuale e teorico ci guida tra le nebbie di un mondo senza apparenti appigli e, insieme, ci suggerisce che le risposte sono nella realtà che abitiamo ma con l’urgenza di uno sguardo differente e sottilmente critico.
    Rimaniamo stupiti che Diller Scofidio + Renfro non abbiano ancora ricevuto il Pritzker Prize. Se non loro, chi?

Interview . Luca Molinari

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Didascalie e crediti fotografici (dall’alto verso il basso)
Ph. Geordie Wood
High Line – Ph. Timothy Schenck
Vagelos Education Center – Ph. Iwan Baan
Blur Building – Ph. Beat Widmer
MoMA 53rd Street elevation – Courtesy of DS+R
ICA – Ph. Chuck Choi
Entry Plaza. Concept Design, Centre for Music – Courtesy of Diller Scofidio and Renfro
McMurtry – Program Cross Diagram
Mile-Long Opera – Ph.Timothy Schenck